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Rachele Bindi

Books On Prescription, in Inghilterra ansia e depressione si curano con i libri

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Numerose Primary Care Trusts (i corrispettivi delle nostre ASL) del Regno Unito hanno portato avanti per anni progetti indipendenti di Book On Prescription, vale a dire di vere e proprie prescrizioni di letture per contrastare il disagio psicologico.

Dal giugno dello scorso anno in tutte le biblioteche inglesi è disponibile un elenco unico di BoP sviluppato e sostenuto sia dalla Reading Agency che dalla Society of Chief Librarians, con i fondi dell’Arts Council England.

Il progetto Reading Well Books On Prescription si inserisce nella duplice cornice della Libroterapia e della Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) e mira a portare benefici a circa 6 milioni di persone che soffrono di ansia, depressione e disagi psicologici da lievi a moderati. I GP’s surgery (sarebbe a dire i medici di medicina generale) e i professionisti della salute mentale potranno quindi prescrivere ai loro pazienti una terapia cognitivo comportamentale comprendente una visita in biblioteca per il reperimento del testo giusto per loro.

Il progetto utilizza 30 libri approvati dai partner sanitari, tra cui il Royal College of GPs, Nursing and Psychiatrists, la British Association for Behavioural and Cognitive Psychotherapies ed il Department of Health.

Il progetto ha due divisioni: da una parte I Books on Prescription, legati alla necessità di risoluzione del disagio psicologico, dall’altra i Mood-Boosting Books, che hanno invece come obiettivo il potenziamento del benessere psicologico. La differenza tra le due liste di libri consigliati o “prescrivibili” è che nella prima troviamo solo self help books, ovvero manuali di autoaiuto scelti dagli operatori del settore, mentre nella seconda ci sono romanzi edificanti, saggi e poesia selezionati e suggeriti dai lettori stessi (via email o twitter).

Questo, in estrema sintesi, il progetto. Ho già espresso la mia opinione sui manuali di auto-aiuto e la ribadisco anche in questa occasione: posto che leggere un libro non fa mai male, non riesco a vedere come la sola lettura di un manuale possa “guarire” un disagio psicologico. Alcuni colleghi mi ricorderebbero, a questo punto, le ricerche che sostengono l’efficacia dei self-help books (citate anche nel sito della Reading Agency). Ho letto gli articoli scientifici e certamente ci sono pazienti e sintomatologie che possono trarre giovamento da un atto psicoeducativo come la lettura di un manuale che spiega il disagio, ma non possiamo pensare al manuale di autoaiuto come ad un farmaco da somministrare.

Non si tratta di una “cura autoportante”, troppo spesso il sintomo si va solo spostando o modificando, non possiamo pensare che basti conoscere il proprio disagio per non soffrirne più (nessuno si sognerebbe di farsi passare il mal di denti leggendo un manuale di odontoiatria, ma pensiamo che andare a conoscere i fondamenti alla base dell’ansia possa bastare per farla svanire?). Il rischio è quello di far passare il messaggio che basti leggere il testo consigliato, senza rifletterci sopra, senza dedicare un tempo all’introspezione e alla propria individuazione, per far sparire il proprio disagio. In molti ne usciranno delusi, perchè, le affezioni della psiche non si accontentano di una razionalizzazione o di un atto intellettuale, vogliono che l’individuo ricerchi un profondo rapporto con se stesso, meglio se con la guida di un operatore qualificato.

Ad essere sinceri, inoltre, non sempre gli autori dei libri di selfhelp books sono luminari dell’argomento che si trovano a trattare (spesso nei manuali di autoaiuto si trovano semplificazioni eccessive o generalizzazioni) e non posso pensare, riferendomi alle linee guida del progetto inglese, che sia il medico generico a “prescrivere” il testo, in quanto un medico non è necessariamente un operatore qualificato per fare una buona diagnosi psicologica. Mi sento di aggiungere un’ulteriore osservazione: si deve tenere presente la grande variabilità tra gli individui, che deve guidarci nel pensare che se la costellazione di sintomi che, ad esempio, definisce l’ansia, è nota e studiata, ogni persona vive la “propria” ansia, diversa per origine, modalità, senso profondo e ricaduta personale. Quindi una “lista” di libri ugualmente efficaci per tutti, a mio avviso, non può esistere, nemmeno se pensiamo alla narrativa.

Insomma, se il sistema sanitario inglese ha valutato una spesa di 14 miliardi di sterline per il disagio psicologico, non credo sia possibile pensare di contenere quella spesa solo attraverso una maggiore informazione alla popolazione in merito al disagio stesso.

Apprezzabile, comunque, l’interesse dato al progetto Reading Well, come del resto sono apprezzabili tutti i progetti che vogliono diffondere la lettura.

Il benessere psicologico portato dalla lettura ha a che fare non strettamente con il ragionamento o con l’apprendimento, ma con la possibilità che l’individuo si concede, leggendo, di amplificare il proprio punto di vista e con la riflessione profonda che dalla lettura scaturisce. Rimango, quindi, dell’avviso che avesse ragione Kafka nel dire che i libri devono essere un’ascia per il mare ghiacciato che si trova dentro di noi.

Rachele Bindi

9 maggio 2014

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Rachele Bindi

Psicologa-Psicoterapeuta (iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana n.4072), svolge attività clinica nel suo studio di Firenze (maggiori informazioni www.rachelebindi.it). Appassionata lettrice sin dall’infanzia, ha iniziato a proporre percorsi di Libroterapia abbinati alla Psicoterapia Analitica di C.G.Jung, avviando un Gruppo di Libroterapia per la ricerca del benessere psicologico e partecipando ad incontri e convegni di diffusione in Italia. Dal 2004 si occupa anche di consulenza e formazione aziendale, progettando ed erogando corsi di formazione per adulti su tematiche comportamentali, relazionali e di marketing (www.rachelebindi.com).

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