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Rachele Bindi

Ecco come l’arte nelle scuole aiuta a sviluppare la creatività fin da piccoli

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Il matematico Henri Poincarè definiva la creatività come la capacità di “unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”.


In ambito prettamente psicologico, gli studiosi hanno proposto diverse ipotesi sulla natura del pensiero creativo. Tuffanelli (1999) ha suddiviso in fasi il processo creativo, evidenziando la presenza di fattori psicodinamici e fattori cognitivi.


Secondo Freud il processo creativo del creativo parte dall’inconscio e ha la stessa intensità e le stesse caratteristiche dei processi che possono condurre altre persone alla nevrosi: il nevrotico blocca la sua energia per reprimerla, l’artista invece la libera, sublimandola, per cercare di orientare le pulsioni inconsce, libidinali e aggressive, a manifestarsi in comportamenti culturalmente approvati e apprezzabili. In questo processo entrerebbero in gioco meccanismi che fanno pensare che il creativo è un individuo che sa attingere dalla sua memoria e sa identificarsi col suo passato.


Anche Melanie Klein (1929) vede il parallelo tra creatività e nevrosi: la creazione non è altro che la ricreazione di un oggetto un tempo amato e poi distrutto o perduto. 


Per Jung la creatività è un processo di carattere istintuale: tra gli altri istinti, quello creativo rende l’uomo differente dalle altre specie viventi, muovendolo verso la spiritualità e la produzione di simboli. Nello sviluppo dell’individuo (processo di individuazione, in cui è auspicabile che l’Io riesca a negoziare con l’ansia, l’ambiguità e l’ambivalenza che sono intimamente connesse con il vivere perché è capace di interagire con il mondo sia attraverso la percezione, sia grazie al pensiero, all’intuizione e al sentimento), c’è un profondo legame tra manifestarsi della creatività e la psiche che si trasforma.


L’individuo che è capace di rapportarsi in modo maturo col mondo sa anche avere relazioni e produrre visioni creative restando in contatto con il proprio Sé: il luogo in cui si trovano la saggezza dell’organismo, la sua vocazione, la sua tensione a sviluppare tutto il proprio potenziale. Si rintraccia, quindi, l’importanza della funzione simbolica che porta l’individuo alle amplificazioni di senso e alla creatività.


Come alimentare questa funzione? Come sollecitare il nostro inconscio per stimolarne la creatività?


Certamente la fruizione artistica è un efficace allenamento: le arti figurative, ma anche la musica, il teatro e la letteratura, alimentano le nostre immagini inconsce. Non esiste in questo senso un ramo dell’arte che sia migliore dell’altro, è l’individuo a scoprire quali stimoli risultino per lui più suggestivi. Ovviamente, visto che l’operazione psichica spontanea dell’individuo che viene artisticamente stimolato è da un lato una attribuzione di senso e dall’altra un vissuto emotivo, l’esperienza deve essere adeguata alle possibilità di comprensione della persona.


Per i bambini, ad esempio, le arti figurative sono uno stimolo ottimale, in quanto permettono loro di fruire dell’immagine e di attribuire un significato al quadro che vedono: che poi il significato sia o meno quello che l’artista voleva trasmettere, con buona pace dei pittori, non è fondamentale.

Bruno Munari, che fu precursore nella comunicazione visiva, nel design e nella didattica, adottò nei propri studi un approccio che univa creatività, tecnica e psicologia. Nel suo saggio del 1977, l’architetto, rifacendosi all’assunto che la creatività sia un “creare relazioni” fra elementi noti, pose l’accento sulla necessità che le persone amplino il loro inventario di elementi, per poter creare più relazioni possibili.

“Io ho tenuto diversi incontri e conferenze a livello universitario, in scuole medie, in scuole
elementari e adesso, finalmente, sono arrivato alla scuola materna. È lì che bisogna
operare, altrimenti i bambini sono già condizionati a un pensiero distorto, a un pensiero
chiuso; sono soffocati nelle loro possibilità creative e fantastiche.”

(Munari, 1986)

Rachele Bindi

29 maggio 2014
 
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Rachele Bindi

Psicologa-Psicoterapeuta (iscritta all’Ordine degli Psicologi della Toscana n.4072), svolge attività clinica nel suo studio di Firenze (maggiori informazioni www.rachelebindi.it). Appassionata lettrice sin dall’infanzia, ha iniziato a proporre percorsi di Libroterapia abbinati alla Psicoterapia Analitica di C.G.Jung, avviando un Gruppo di Libroterapia per la ricerca del benessere psicologico e partecipando ad incontri e convegni di diffusione in Italia. Dal 2004 si occupa anche di consulenza e formazione aziendale, progettando ed erogando corsi di formazione per adulti su tematiche comportamentali, relazionali e di marketing (www.rachelebindi.com).

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